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Commemorazione 25 aprile 2009

Il fascismo era crollato sotto il peso della sconfitta militare e dopo che il 25 luglio 1943 lo stesso Gran Consiglio fascista aveva sfiduciato Mussolini e chiesto l’intervento del re che lo aveva fatto arrestare e aveva affidato il governo del Paese al maresciallo Badoglio. Tra l’entusiasmo popolare era finita una ventennale dittatura responsabile dell’assassinio di Giacomo Matteotti, Don Minzoni, Giovanni Amendola, Piero Gobbetti, i fratelli Rosselli, Antonio Gramsci per citare solo i nomi più illustri ed emblematici dell’antifascismo; una dittatura che aveva privato di ogni libertà il popolo italiano, che aveva incarcerato o mandato al confino migliaia di oppositori politici, che aveva costretto a rifugiarsi all’estero migliaia di antifascisti.
Questa dittatura si era conclusa con la disfatta più completa e aveva lasciato un Paese distrutto materialmente e moralmente, responsabile assieme alla Germania e al Giappone della tragedia della seconda guerra mondiale e che, con le leggi razziali del 1938, condivideva con il nazismo la vergogna dello sterminio degli Ebrei.
Dopo 45 giorni l’armistizio dell’8 settembre chiudeva il ciclo delle guerre dell’imperialismo fascista, per le quali il nostro esercito era stato mandato contro la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, l’Unione Sovietica ad aggredire popoli che non ci avevano fatto niente e che non ci minacciavano. Guerre, che, malgrado il valore dei
nostri militari segnarono altrettanti rovesci militari e imposero sacrifici immani alle nostre popolazioni. Quelli che seguirono l’annuncio dell’armistizio furono avvenimenti drammatici:
l’irresponsabile fuga del re, di Badoglio e dello Stato Mggiore delle FF.AA.
la dissoluzione del nostro esercito
l’invasione dell’Italia da parte delle truppe tedesche
la nascita, per volontà di Hitler, della repubblica di Salò, i cui aderenti, in nome della sopravvivenza della dittatura fascista, si posero al servizio degli invasori .
C’è chi, afferma che questi avvenimenti decretarono allora la morte della Patria. E questo avrebbe anche potuto avvenire, perché due generazioni di italiani, uscite da venti anni di soffocante dittatura, irreggimentate in una scuola dove si insegnava a “credere obbedire e combattere” e si alimentava il mito del duce “uomo mandato dalla divina provvidenza” e che pertanto “aveva sempre ragione”, si ritrovarono dopo tre anni di guerra, in un Paese improvvisamente occupato e privo di una valida guida istituzionale.
E, invece, proprio nei giorni di quei drammatici avvenimenti, il senso della Patria è rinato nella coscienza di tanti italiani e giovani con meno di venti anni, spesso poco più che adolescenti e persone con poco più di venti anni, molti già reduci dai fronti di guerra, fecero la più difficile delle scelte nella più difficile delle condizioni possibili.
Su tutto il territorio nazionale, reparti militari, lasciati senza ordini e senza direttive precise, seppero fare appello al loro senso dell’onore e si opposero di propria iniziativa all’invasione tedesca, a Roma come a Tarvisio, a La Spezia come a Bari.
E molte unità del nostro esercito, fuori dei confini nazionali, con la loro volontà di non arrendersi dimostrarono che la Patria non era morta.
Si combattè contro i tedeschi in tutte le isole dell’Egeo fino a culminare nell’epopea di Cefalonia, dove, dopo un plebiscito che aveva coinvolto tutta la nostra guarnigione, il Generale Gandin potè annunciare al Comando tedesco: ”per volontà de suoi ufficiali e de suoi soldati, la Divisione Acqui non cede le armi” e dopo giorni di accaniti combattimenti quando, esaurite le munizioni, si arrivò all’inevitabile resa, per ordine di Hitler, furono massacrati 8.400 militari italiani. In Grecia, in Montenegro e in Jugoslavia, intere unità del nostro esercito, si opposero ai tedeschi e combatterono, fino alla fine della guerra, a fianco dei movimenti partigiani locali, per la libertà di quei popoli scrivendo una meravigliosa pagina della Resistenza troppo spesso dimenticata.
L’altra grande pagina di dolore e di sacrificio, fu l’odissea vissuta nei campi di concentramento, dai nostri soldati catturati e deportati dai tedeschi in Germania. Essi rifiutarono il ritorno in Patria, che fu proposto loro se avessero aderito alla repubblica di Salò e in questo rifiuto è racchiuso l’enorme contributo dato alla guerra di Liberazione, dai nostri 600.000 internati. Ben diversa e ben più grave sarebbe stata la tragedia dell’Italia se non ci fosse stata questa prova collettiva di coraggio, di tenacia, di amor di Patria.
Tutti questi drammatici episodi, che esaltano il valore dei nostri soldati, dalla difesa di Roma a Porta San Paolo all’epopea di Cefalonia, dalla Resistenza dei nostri militari nei Balcani a quella degli internati in Germania, trovano origine nell’8 settembre e formano un unico ciclo storico determinato dalla volontà di riscossa del popolo italiano contro l’invasore tedesco. E il movimento partigiano è figlio di questa volontà e nasce dall’incontro volontario di molti giovani con l’antifascismo dei vecchi militanti che si erano opposti per venti anni alla dittatura e con l’antifascismo di coloro che nel crogiuolo della guerra avevano maturato la loro scelta antimperialista.
E così tutto l’antifascismo italiano si ritrovò unito per l’appuntamento finale: lo scontro armato nel Paese, che si configurò subito come lo scontro fra due opposte e inconciliabili visioni del mondo. Una basata sulla dittatura e sulla volontà di aggressione e di dominio di altri popoli che caratterizzava il fascismo e il nazismo, l’altra basata sulla democrazia e sull’impegno di difendere e garantire la libertà di tutti i popoli che era propria della Resistenza.
E se il primo risorgimento italiano vide in prima linea gli uomini più illuminati della borghesia e della nobiltà di allora, protagoniste della guerra partigiana sono le classi popolari, le prime interessate a battere i presupposti stessi del fascismo che fu reazione tesa a bloccare le legittime aspirazioni degli operai e dei contadini reduci dalla grande guerra. Per questo nella guerra partigiana i motivi patriottici sono associati ad una idea di Patria meno elementare , meno fisica, meno geograficamente delimitata, un’idea di Patria nella quale non si riconosce solo una comune origine ma anche un tipo di società contrapposto ad un altro tipo di società.
I motivi dello scontro erano chiari. Da una parte l’esigenza concorde di formare uno stato nuovo, aperto alle classi popolari e alle istituzioni moderne di una democrazia, basata su una piattaforma costituzionale antifascista. Dall’altra parte la lotta per la sopravvivenza di un regime fascista, ormai stabilmente ancorato al 3° Reich, che si batteva per Hitler e i suoi progetti di dominio sull’Europa e sul mondo.
E su questa aperta contrapposizione si giocò lo scontro tra gli uni e gli altri dal settembre 1943 all’aprile 1945. Fu una guerra aspra che provocò migliaia di vittime,e vide violente rappresaglie, da parte dei nazifascisti, che si macchiarono di stragi efferate contro popolazioni inermi massacrando donne, vecchi e bambini in una lunga scia di sangue che diventava sempre più pesante e odiosa, man mano che si ingrossava il movimento partigiano. La storia, ormai, si è incaricata di dimostrare che la lotta partigiana è stata una ribellione decisiva per la conquista, in Italia, della libertà e della democrazia.
Affermare oggi, come si fa nel DDL n° 1360, la “pari dignità di una partecipazione al conflitto”, dei partigiani che si sono battuti contro gli invasori tedeschi per l’indipendenza della Patria e contro i fascisti, per la libertà del popolo italiano e degli aderenti alla repubblica di Salò, che si posero al servizio dei nazisti e cioè del più feroce esercito di occupazione che la storia d’Italia ricordi, offende il Tricolore, mortifica la Storia, disconosce il valore morale della Resistenza su cui si fonda la nostra Costituzione. E’ una offesa ai Volontari della Libertà, ai militari rimasti fedeli al governo legittimo, ai prigionieri di guerra internati che preferirono i disagi del campo di concentramento all’adesione alla Repubblica di Salò, ai militari del C.I.L. che risalirono la Penisola, combattendo aspre e sanguinose battaglie a fianco dei nuovi alleati Angloamericani.
Nessuno ha mai affermato che la salma del diciottenne caduto nelle file di Salò non meriti rispetto ma quella sua scelta resta una scelta sbagliata perché se la causa per la quale egli è morto avesse vinto il mondo sarebbe ancora diviso fra vittime e persecutori. Non è concepibile continuare ad insistere nel voler mettere sullo stesso piano la scelta di chi ha lottato e versato il proprio sangue per costruire in Italia una repubblica parlamentare basata sulla giustizia sociale e sulla solidarietà con quella di chi, non solo non ha rinnegato gli obiettivi politici e ideologici del fascismo ma ha anche ritenuto di poter condividere la visione hitleriana e razzista del nuovo ordine mondiale nazista simboleggiato dall’orrore di Auschwitz.
Finalmente alla fine del mese di aprile di 64 anni fa, la Liberazione e in quella primavera piena di speranze le componenti sociali più avanzate del movimento partigiano (gli operai, i contadini, gli studenti, gli intellettuali) andavano avanti interpretando la profonda volontà di riscatto del popolo italiano. Riscatto da che cosa? Certamente dal fascismo ma anche dalle condizioni di arretratezza e di oppressione insite nelle strutture dello Stato e della società di allora.
Con la battaglia di ogni giorno, con la partecipazione volontaria di ogni ceto, allargando il suffragio elettorale con il diritto di voto alle donne, la Resistenza aveva aperto la strada alla politica nel senso moderno, nel senso della democrazia e aveva saputo raggiungere l’obiettivo che era sfuggito alla classe dirigente risorgimentale e cioè quel fatto storico che consiste nella inclusione delle classi popolari nello Stato e nella conseguente riconciliazione degli operai e dei contadini con la Nazione.
Questo è il fatto che gli avversari del movimento partigiano non hanno mai metabolizzato ed è questa la ragione del livore antipartigiano che ancora persiste in certi strati della nostra società. Perché fu proprio l’inclusione delle classi popolari nello Stato che ha determinato la rottura definitiva con il passato, da qui è nata la scelta repubblicana del 2 giugno 1946, che ha seppellito per sempre, assieme allo Statuto Albertino, la monarchia sabauda.
Ma l’offensiva revisionista da anni continua nella sua azione di mistificazione della storia e della memoria. La Resistenza è continuamente oggetto di discussione vigorosamente polemica e le diversità politiche fra i resistenti vengono artatamente accentuate ed ingigantite. A ogni piè sospinto si proclama che la resistenza è stata una guerra civile, cioè fra due Italie e non fra l’Italia e gli invasori tedeschi al cui servizio c’era il governo di Salò, impegnato, con le sue milizie, nella repressione antipartigiana.
Anche gli episodi di violenza esplosi, come reazione ai soprusi fascisti, nei giorni della Liberazione, inevitabili, ma che non erano comunque in linea con le modalità della guerra di Liberazione, vengono ingigantiti e presentati come un progetto politico di eliminazione totale e violenta del nemico e strumentalizzati in modo fazioso dai nemici della Resistenza. Costoro, infatti, non parlano mai della amnistia Togliatti che venne varata, in nome della pacificazione nazionale, fin dal giugno 1946, dalla neonata Repubblica democratica, non ricordano le migliaia di membri delle milizie di Salò, centinaia dei quali già condannati, per crimini orrendi, dalle Corti di Assise Speciali, che vennero amnistiati e gli importanti esponenti di quel governo fantoccio che entrarono nel gioco democratico attraverso libere elezioni e diventarono addirittura membri del nuovo Parlamento democratico.
La guerra partigiana, nei suoi lunghi e pesanti mesi di guerriglia, conobbe certamente difficoltà ed errori, ma fu sempre caratterizzata da due aspetti essenziali: l’unità di tutti i suoi combattenti (comunisti, azionisti, socialisti, democratico cristiani, liberali, repubblicani) contro la barbarie fascista e nazista e l’impegno concorde per costruire uno stato libero e democratico.
Per capire l’incubo che ha pesato sul destino del popolo italiano, basta interrogarsi su cosa sarebbe accaduto se invece dei partigiani e della mobilitazione mondiale che li ha sostenuti (Stati Uniti d’America, Inghilterra, Unione Sovietica) avessero vinto Hitler e Mussolini. La risposta è semplice e terribile: l’Italia e l’Europa, sotto il tallone della dittatura nazifascista, sarebbero ancora divise fra vittime e persecutori.
Mentre nessuna contorsione revisionista, nessuna menzogna per quanto ben confezionata, possono negare che la Resistenza non abbia fatto dell’Italia un Paese libero dove sono liberi anche coloro che hanno combattuto contro la libertà e sono liberi anche gli squallidi libellisti alla Pansa che si arricchiscono continuando a denigrare il movimento partigiano.
Ma la guerra partigiana oltre al valore della libertà, aveva radicato nel Paese quelli della giustizia sociale, dell’uguaglianza, della solidarietà e della pace.
E partendo da questi valori, l’Assemblea Costituente elaborò e promulgò la Costituzione Repubblicana, che rappresenta l’incontro delle grandi culture politiche che hanno fatto la storia d’Italia: quella liberal-democratica e repubblicana del primo Risorgimento, quella dell’internazionalismo socialista e comunista e quella dell’universalismo cristiano-popolare. Il loro incontro sta a significare la coscienza unitaria dalla quale è nata la nostra Costituzione.
Uno dei suoi articoli più impegnativi è l’articolo 3. Esso recita: ”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Spetta quindi alla Repubblica, creare le premesse per dare la possibilità a tutti i cittadini di accedere ad un lavoro, correttamente retribuito e rendere così effettiva la loro libertà, istituire scuole pubbliche, di ogni ordine e grado, gratuite e aperte a tutti, garantire a tutti il diritto alla salute, assicurare a tutti “pari dignità sociale e uguaglianza, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione , di opinioni politiche, di condizioni economiche e sociali”.
Questa è la parte più viva, più vitale, più piena di avvenire della Costituzione, è quella che si può definire programmatica, quella che indica delle mete che si debbono gradualmente raggiungere e per il raggiungimento delle quali vale l’impegno delle giovani generazioni.
Nel rispetto di questo patto costituzionale, l’Italia ha saputo superare in questi anni tanti momenti difficili e ha fin qui mantenuto il carattere di Paese libero e democratico perché anche nelle difficoltà e nelle rotture ha saputo salvaguardare l’edificio costituzionale basato sui valori permanenti della libertà, della giustizia, della pace e del civile progresso. Negli ultimi tempi contro questo edificio costituzionale è ripresa una violenta offensiva, che usa tutti i mezzi di informazione per diffondere ed amplificare la leggenda metropolitana di una Costituzione che ostacola ed impedisce di governare in modo rapido ed efficiente e che pertanto rende necessaria una sua profonda riforma Non passa giorno che dall’esecutivo non si levino lamentazioni contro i lacci e laccioli della nostra Carta fondamentale e c’è sempre qualche anima bella dislocata in qualche partito di opposizione che cade nella trappola e si dichiara pronta a sostenere i trombettieri che suonano la carica della controriforma costituzionale.
Questa squallida e pericolosa manovra esige una pronta e decisa risposta.
Con questa Costituzione i partiti della cosiddetta prima repubblica, che avevano ereditato dalla guerra un’Italia distrutta materialmente e moralmente, dopo aver elaborato e promulgato la Costituzione e aver superato il primo, difficile periodo della guerra fredda, in poco più di trenta anni, nonostante i fermenti politici antagonisti che scuotevano il corpo sociale del Paese e con un Parlamento eletto con sistema proporzionale che li obbligava a ricercare il consenso, hanno realizzato fondamentali riforme quali il nuovo ordinamento regionale dello Stato,, la scuola media unica, obbligatoria, gratuita e aperta a tutti, il servizio sanitario nazionale, presidio gratuito della salute di tutti i cittadini e hanno trasformato radicalmente la struttura economica e sociale del Paese mutuando, con l’accordo indispensabile del mondo del lavoro e il senso di responsabilità delle organizzazioni sindacali, il passaggio di milioni e milioni di lavoratori dall’agricoltura all’industria e ai servizi. Sono così riusciti a collocare l’Italia fra le prime cinque potenze economiche mondiali e hanno concorso attivamente alla costruzione dell’Europa Unita.
Non possono perciò essere imputate alla Costituzione le difficoltà nelle quali si dibatte attualmente la politica italiana ma all’impreparazione e alla mancanza di cultura di governo delle nuove formazioni politiche.. Pochi Paesi al mondo affrontano l’attuale crisi economica e sociale in un impoverimento etico e istituzionale come quello che stiamo vivendo. Assistiamo a segni di decadimento sociale, si aggrava la corruzione, aumenta il disprezzo per l’uguaglianza, la libertà viene intesa come privilegi di pochi da consolidare non come diritti uguali per tutti da assicurare, la laicità dello stato è sottoposta a tensioni continue. Purtroppo quando i legami sociali si allentano, insorgono idee secessioniste, pulsioni razziste e xenofobe, volgarità, arroganza e violenza nei rapporti fra gli individui e i gruppi.
Ci troviamo con un’Italia spaccata e divaricante, dove le mete indicate nell’articolo 3 della nostra Costituzione invece di avvicinarsi si allontanano e non era certo questo lo stato democratico per il quale la Resistenza si è battuta e la cui conquista è costata tanti sacrifici.
Invece di farneticare sulla necessità di riformare la Costituzione è necessario riparare i vulnus che essa, ha subito nei suoi articoli 1 e 3.
L’articolo 1 recita testualmente: “la sovranità appartiene al popolo” e quindi per ripristinare questo imperativo diventa urgente l’approvazione di una nuova legge elettorale che sostituisca quella votata qualche anno fa, ancora in vigore per le elezioni politiche e cancelli la vergogna delle liste bloccate con le quali una ristretta oligarchia partitica ha potuto nominare preventivamente i membri del nostro Parlamento, scippando ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti.
L’articolo 3, nel suo primo comma, stabilisce, che: “ tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge” mentre con il lodo Alfano, approvato dalla sola maggioranza di centrodestra con un voto che ha spaccato il Parlamento, quattro cittadini sono diventati più uguali di tutti gli altri.
Ingenuamente avevamo sperato che qualcuno dei quattro, che non aveva mai avuto pendenze giudiziarie, avesse pubblicamente rinunciato a questo privilegio prima del responso della Corte Costituzionale, che, vogliamo credere, ripristinerà presto la supremazia della Costituzione.
Per tutto questo dobbiamo rinnovare il nostro impegno, non solo per difendere la Costituzione ma anche perché i suoi dettami vengano compiutamente attuati e ribadire con forza la necessità di salvaguardare l’equilibrio dei poteri che i Padri Costituenti hanno posto alla base dell’architettura costituzionale a garanzia della nostra libertà.
Questo equilibrio, proprio di uno stato di diritto, stabilisce nei confronti del potere esecutivo, i poteri di controllo del Parlamento, i poteri di controllo costituzionale del Capo dello Stato e della Corte Suprema, i poteri di controllo di legalità della Magistratura.
Se qualcuno pensa di poter, impunemente, incrinare o cancellare questo equilibrio deve sapere che troverà a difenderlo, come già avvenne nel referendum della primavera del 2006, il voto di tutti i sinceri democratici che credono nel nostra Costituzione come strumento di avanzamento civile e sociale del Paese.
Il popolo italiano ha già sperimentato la scorciatoia dell’ “uomo solo al comando” e, nel 1943, si è risvegliato da un brutto sogno che non vuole più rivivere.
Dobbiamo quindi rilanciare con forza i valori permanenti della Resistenza e della guerra di Liberazione, che devono rimanere un legame culturale e politico per tutte le forze che in essi si riconoscono. Ma, per onorare questo legame, queste forze politiche devono attenersi al rigore morale nell’esercizio dei loro compiti istituzionali. Noi sentiamo fortemente la necessità della presenza di partiti moderni e bene organizzati, che saranno i veri pilastri del sistema democratico solo se sapranno essere portatori di consenso e di partecipazione popolare. La Costituzione repubblicana li indica come strumenti indispensabili di promozione politica e di partecipazione, non come occupanti delle istituzioni e tanto meno come casta di privilegiati.
Invocare, oggi, il rigore morale non è cedere a tentazioni moralistiche. La questione morale resta in realtà la vera questione politica, quella della fedeltà delle istituzioni alla loro ragione storica, ai motivi che le hanno legittimate, partendo dalla resistenza antifascista, dalla guerra partigiana e dalla riconquista delle libertà politiche.
Il rigore morale sarà sempre la nostra stella polare e dovrà essere il garante della gerarchia di valori che noi dobbiamo affidare, intatti, ai giovani.
Dopo oltre sessanta anni di vita democratica, la nostra Costituzione non è ancora compiutamente realizzata, in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno e un lavoro per noi e per le giovani generazioni, che oggi rischiano di dover pagare le contraddizioni di una società nella quale stanno crescendo le disuguaglianze.
Dobbiamo riuscire a cogliere le loro preoccupazioni e inserirle in un progetto di ampio respiro, che ci faccia uscire dalle secche attuali, riportando in primo piano i valori permanenti della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia sociale, della solidarietà e della Pace.
Questi valori devono rimanere i pilastri della nostra Repubblica e su di essi sarà possibile ricostituire la coesione sociale e una serena convivenza civile capaci di suscitare fiducia e speranza in quell’Italia migliore, libera, giusta e democratica conquistata con l’antifascismo, la Resistenza e la Liberazione del 25 aprile del 1945 e consacrata nella Costituzione repubblicana del 1948.
Viva la Costituzione e Resistenza sempre!!!

Umberto Lorenzoni
Presidente A.N.P.I. Provinciale Treviso

Gabriele Sossella
kalamun cultura e comunicazione, siti internet Ravenna