IL BALCONE DI BERLUSCONI

“Governare con questa architettura costituzionale è un inferno”… “Questa Costituzione è superata, datata, frutto di un compromesso cattocomunista”:
Così, settant’anni dopo quella sciagurata, annunciata da Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia, Berlusconi si è calcato in testa l’elmo del guerriero e ha pronunciato la sua dichiarazione di guerra alla Costituzione Italiana.
Chiaramente si tratta di una mossa diversiva per aprire una polemica, che distolga la pubblica opinione sia dalla legge sulle intercettazioni telefoniche, con la quale la maggioranza di centrodestra vuole intralciare l’azione della Magistratura nel contrasto al crimine ed impedire ai giornali di informare correttamente e tempestivamente i cittadini, sia dai provvedimenti enunciati con la nuova manovra economica, che si stanno dimostrando fortemente impopolari. E tutto questo mentre infuria lo scandalo della Protezione Civile e si manifestano divisioni all’intero della maggioranza di governo. Ma Berlusconi ha capito che la sua marcia verso un autoritarismo, che puzza sempre più di regime, può continuare solo se riesce a toglier di mezzo l’ostacolo rappresentato dalla Corte Costituzionale, ultimo baluardo a garanzia della libertà di tutti gli italiani.
Si può facilmente prevedere che il prossimo obiettivo del presidente del Consiglio sarà quello di abbattere questo ultimo diaframma, dopo che è riuscito, con l’utilizzo spregiudicato e continuo del voto di fiducia, a paralizzare il Parlamento e, se sarà definitivamente approvata la legge sulle intercettazioni, ad imbavagliare la stampa e neutralizzare l’azione della Magistratura.
Ma la cosa, che sorprende di più del suo sproloquio, è la definizione di “cattocomunista” che Berlusconi usa come un anatema, una condanna definitiva della Costituzione, mentre è uno dei pregi più significativi della nostra Carta fondamentale.
Egli, evidentemente, non conosce quanto avvenuto nel nostro Paese dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scontrarono, da una parte, l’esigenza concorde di formare uno Stato nuovo, aperto alle classi popolari e alle istituzioni moderne di una democrazia basata su una piattaforma costituzionale antifascista, che era propria della Resistenza e, dall’altra parte, la lotta per la sopravvivenza di un regime fascista, ormai saldamente legato al 3° Reich e che si batteva per Hitler e i suoi progetti di dominio sull’Europa, che caratterizzava la repubblica di Salò.
Non sa accettare, che protagoniste della guerra partigiana di liberazione dal nazifascismo furono le classi popolari, che si battevano per interpretare la profonda volontà di riscatto del popolo italiano. Riscatto da che cosa? Certamente dal fascismo ma anche dalle condizioni di arretratezza e di oppressione sociale che erano presenti nelle strutture dello Stato e della società di allora.
Con la battaglia di ogni giorno, con la partecipazione volontaria di ogni ceto, allargando il suffragio elettorale con il diritto di voto alle donne, la Resistenza ha così aperto la strada alla politica nel senso moderno, nel senso della democrazia e ha raggiunto l’obiettivo che era sfuggito alla classe dirigente risorgimentale, cioè quel fatto storico che consiste nella inclusione delle classi popolari nello Stato e nella conseguente riconciliazione dei contadini e degli operai con la Nazione.
Questo è il fatto che gli avversari del movimento partigiano non hanno mai accettato perchè fu proprio l’inclusione delle classi popolari nello Stato a determinare la rottura definitiva con il passato. Da qui è nata la risposta repubblicana nel referendum del 2 giugno 1946, che ha seppellito per sempre, assieme allo Statuto Albertino, l’imbelle monarchia sabauda.
Ma quelle stagioni di lotta popolare, oltre al valore della libertà, avevano radicato nel Paese anche quelli della giustizia sociale, della solidarietà e della pace. E partendo da questi valori l’Assemblea Costituente , eletta dal popolo, elaborò e promulgò la Costituzione Repubblicana, che rappresenta, non “il frutto di un compromesso cattocomunista” come farnetica, con disprezzo, Berlusconi, ma l’incontro, responsabile e fecondo, delle grandi culture politiche che hanno fatto la Storia d’Italia: quella liberal-democratica e repubblicana del primo Risorgimento, quella dell’internazionalismo socialista e comunista e quella dell’universalismo cristiano-popolare.
Il loro incontro sta a significare la coscienza unitaria dalla quale è nata la nostra Costituzione.
Nel rispetto di questo patto costituzionale, l’Italia, in questi anni di vita democratica ha saputo superare tanti momenti difficili ed ha fin qui mantenuto il carattere di Paese libero e democratico perché anche nelle difficoltà e nelle rotture ha salvaguardato l’edificio costituzionale, basato sui valori fondamentali della libertà, della giustizia sociale, della pace e del civile progresso.
Con questa Costituzione si sono potute realizzare riforme fondamentali, quali il nuovo Ordinamento Regionale dello Stato, la Scuola Media, gratuita e aperta a tutti, il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori, a difesa della loro dignità e la trasformazione radicale ella struttura economica e sociale del Paese, che ha realizzato il passaggio di milioni di lavoratori dall’agricoltura all’industria e ai servizi.
Ora Berlusconi, non potendo nascondere oltre, con gli spot pubblicitari nei quali è maestro, l’inadeguatezza del suo governo, dichiara guerra alla Costituzione e rilancia il suo disegno eversivo per mobilitare i blocchi sociali degli elettori della destra, inclini a difendere solo i loro meschini interessi di bottega.
Tremonti risponde subito all’appello del capo e riscopre il fascino dell’economia senza lacci e lacciuoli. Peccato che fin poco tempo fa ci abbia erudito sui pregi di dazi e dogane e sui mali del mercatismo liberista. Ma oggi il governo deve giustificare una manovra lacrime e sangue, caduta sulla testa degli italiani, dopo due anni di favole sulla crisi che non c’era.
Ora, la dura realtà, nonostante gli sforzi dei media allineati, è diventata innegabile e il colpevole di turno diventa l’articolo 41 della Costituzione. E’un falso! L’articolo 41 non ha mai limitato nulla, non ha mai cancellato nessuna libertà d’impresa, non ha mai soffocato nessuna iniziativa imprenditoriale e, per di più, le semplificazioni e l’autocertificazione per avviare un’impresa, oggi proposte da Tremonti come una rivoluzione, erano presenti nella terza lenzuolata di Bersani. Potevano essere approvate, in una settimana, due anni fa, invece sono state cancellate perché erano una proposta del centrosinistra.
Ma vediamo da vicino questo articolo 41, destinato a diventare, nelle prossime settimane, un tormentone diversivo. Esso recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
L’articolo 41, afferma quindi drasticamente che l’iniziativa privata è libera, purché non sia in contrasto con il bene di tutti e non renda schiavo chi lavora. Allo Stato il doveroso compito del controllo. Sarebbe oltremodo interessante conoscere le modifiche che la destra vorrebbe apportare a questo articolo. Vuole forse togliere dal secondo comma le parole SICUREZZA e DIGNITA’?
La sicurezza e la dignità non sono dettagli da lasciare in mano ad un Berlusconi o ad un Tremonti qualsiasi. Il rischio lo tocchiamo con mano, in questi giorni. E’ il ricatto che Marchionne si sente autorizzato a porre ai dipendenti Fiat di Pomigliano: se volete il lavoro, rinunciate ai diritti acquisiti anche se sono Leggi dello Stato. L’Amministratore Delegato della Fiat ha il diritto di contrattare garanzie sull’efficienza e sulla produttività dell’azienda, affidata alla sua responsabilità, ma non può pretendere di imporle in spregio ai diritti acquisiti e ignorando le leggi dello Stato.
La direttrice di marcia della destra è pericolosa e deve essere bloccata perché c’e il rischio che riporti indietro tutto il mondo del lavoro e ci regali un Paese dove milioni di senza diritti e quindi di schiavi, sarebbero costretti a sgobbare per garantire la bella vita ad un piccolo esercito di evasori fiscali, sempre pronti a sventolare la bandiera italiana davanti ai lavoratori in sciopero, ma a pagare le tasse, mai.

Umberto Lorenzoni
Presidente A.N.P.I. Provinciale

Gabriele Sossella
kalamun cultura e comunicazione, siti internet Ravenna